Rapporto tra Teorie e Pratiche Deliberative & Conclusioni

Non potevano mancare le critiche verso questi esperimenti. Smith afferma che nella pubblica amministrazione è diffusa la diffidenza rispetto a questo tipo di partecipazione. I movimenti sociali, invece, ne contestano la formula top-down di livellazione, accusando che questa sia una nuova strategia per arrivare al consenso mediante una rappresentazione simbolica della partecipazione. Gli attivisti intervistati sono convinti che i politici non siano molto aperti alla partecipazione dei cittadini, perché vogliono che questa «porta» resti aperta solo alle élite, soprattutto ai gruppi di interesse. Sono convinti del fatto che manchino delle tappe di collegamento tra consultazione, deliberazione e fasi di monitoraggio, ma soprattutto credono ci sia da lavorare sulle preselezioni degli attori sociali rilevanti che vengono coinvolti (preselezioni attuate dalle istituzioni). L’ultima critica viene indirizzata alle argomentazioni scelte per i dibattiti in quanto i movimenti sociali sostengono che esse siano poco significative, quasi a indicare un approccio troppo cauto da parte delle istituzioni a quella che potrebbe essere una svolta importante per il futuro. I teorici della democrazia deliberativa rispondono affermando che la deliberazione è una forma di partecipazione indispensabile per il bene della democrazia, in quanto viene garantito un processo inclusivo nonché pluralità dei valori che le persone mettono in campo per risolvere problemi comuni. E ancora: vi è una chiara affermazione del principio di uguaglianza fra i cittadini, anche in considerazione del fatto che le loro ragioni ricevono eguale considerazione. Tuttavia dobbiamo constatare che alcune ricerche empiriche, e un sondaggio condotto su sedici organizzazioni, che promuovono una migliore deliberazione pubblica, soprattutto nelle comunità locali e nazionali, pongono come requisito della partecipazione il livello d’istruzione dei partecipanti conseguentemente connesso con il loro status socioeconomico.Le tecniche di selezione delle organizzazioni sono dei passaparola, degli incontri nelle istituzioni, quali biblioteche e comuni, tutti garanti di un’ampia copertura mediatica; tutto ciò è indicatore del fatto che chi verrà coinvolto sarà un individuo che, già di suo, partecipa attivamente alla vita politica. Le istituzioni rischiano di essere caratterizzate, dunque, da bassa partecipazione, il che comporta problemi di legittimazione, facendo sfociare il tutto in un aumento delle disuguaglianze sociali verso altre forme di partecipazione politica. Ricerche come queste chiariscono che, se da una parte vengono esclusi dagli esperimenti i gruppi molto poveri, dall’altra la distribuzione sociale dei partecipanti è ampia e varia (Della Porta 2011).

Ci sono ancora grandi difetti negli eventi deliberativi. Sewell e Phillips fecero un’analisi di 22 casi di valutazione di processi partecipativi e fecero una scoperta importante: gli obiettivi del processo partecipativo, i criteri con cui veniva valutato, e le conclusioni raggiunte dallo sforzo di valutazione, variavano molto da un caso all’altro, ma variavano a partire da chi fosse il valutatore e dalla sua collocazione rispetto al processo di policy partecipativo. Il personale delle agenzie pubbliche che promuovevano gli eventi, i gruppi di cittadini inclusi e i valutatori esterni cambiavano negli obiettivi e nei criteri che mettevano alla base della loro valutazione. Pensare di avere una valutazione razionale e imparziale era praticamente impossibile. Chess e Purcell affermano la necessità di creare nuovi strumenti valutativi e l’uso delle pratiche partecipative e deliberative. La soddisfazione o l’insoddisfazione per il risultato non dipendono dalla tecnica prescelta, ma da una serie di altri criteri legati al contesto in cui la tecnica viene applicata nonché ai dettagli del suo utilizzo. Raramente tra l’altro si pongono problemi metodologici della selezione, autoselezione e autoesclusione dei partecipanti per gli eventi e quasi mai vengono intervistati insoddisfatti o coloro che non riescono a partecipare. Non vengono considerati molto nemmeno gli impatti sul problema di policy su cui si dibatte e il problema principale è proprio il fatto che non si disponga di un lasso di tempo abbastanza lungo da includere impatti significativi della policy nel suo complesso. Per molti autori sarebbe utile integrare alla valutazione degli esperimenti tre fasi:

  1. ex ante: che analizzi la scelta della tecnica, gli strumenti di partecipazione e deliberazioni conformi ad un certo tipo di problema e ad un certo contesto;
  2. in itinere: che monitori e ridefinisca il processo pendente;
  3. ex post: che esamini i risultati del processo e dell’impatto decisionale di quest’ultimo.

Nella letteratura l’effettivo utilizzo della valutazione da parte degli attori di policy si riferisce ai risultati solo quando a renderlo pubblico è l’autore stesso dell’articolo, che magari allo stesso tempo ha ricoperto il ruolo di facilitatore o progettato il processo partecipativo, raccontando le varie fasi di svolgimento e cosa i partecipanti abbiano appreso. Pochi riescono ad essere imparziali e indipendenti nelle valutazioni. Un altro problema riguarda la comunicazione del processo e i risultati ottenuti. Molto spesso le conclusioni non vengono diffuse e discusse. I partecipanti e i cittadini non vengono informati degli esiti che il processo abbia ottenuto. Essi non riescono, dunque, a valutare cosa sia successo al di là di ciò che hanno vissuto in prima persona (Citroni 2012).

Si può discutere sulla rappresentatività dei «mini-publics», soprattutto perché è necessario che esista una massa critica di cittadini che siano ben informati e attivi per fornire un pubblico attento al dibattito. Su questo sono stati sollevati molti dubbi e l’autore, con la consapevolezza del problema, afferma che i risultati del sondaggio deliberativo altro non sono che prescrittivi, e dunque non prevedono esiti certi. Purché comunque l’evento si possa dire riuscito c’è bisogno di una grande copertura mediatica, affinché ci possa essere la possibilità di avvicinare un largo pubblico a comprendere i frutti della deliberazione condotta dai mini-publics.

Il passaggio da una dimensione micro ad una macro, secondo Ackerman, non è poi così complesso in quanto il grande pubblico è un pubblico di privati cittadini che ha opinioni riflessive e casuali, opinioni che chiaramente non possono essere assunte come base delle decisioni politiche (Floridia 2017).

È auspicabile, quindi, che si possano creare vari gruppi di quest’ultimi che attraverso incontri e deliberazioni riescano nei vari livello del governo, con un adeguato supporto (comitato di esperti e da personale amministrativo) ad arrivare a decisioni importanti, migliorando la vita democratica del loro paese. Scelte che, ovviamente, coinciderebbero con il volere effettivo del popolo, a patto che quest’ultimo potesse accedere a delle migliori informazioni sciogliendo ogni dubbio su policy issue di una certa rilevanza, e dando nuovamente legittimità alla democrazia, attraverso la propria autorità. Dahl aveva fiducia nella possibile evoluzione della democrazia; tale pensiero lo portò ad una visione quasi utopistica che consiste nel credere che un popolo che mantenga eguali diritti politici fra gli individui e istituzioni, idonee a questo scopo, sia capace di autogovernarsi (Dahl in Floridia 2017).

Da tempo, sono emersi altri rischi di empowerment durante queste esperienze, ad esempio la diseguaglianza di distribuzione di ricchezze e risorse fra i diversi interessi in campo potrebbe trasformarsi in disuguaglianza politica. I cittadini maggiormente rafforzati dagli esperimenti potrebbero essere coloro che detengono già potere. Senza il controllo dei partiti e le pressioni delle lobbies c’è per loro possibilità di maggior successo e l’azione pubblica può allontanarsi dal perseguire il bene pubblico. Il rischio era ancora più grande se si considera la quasi totale assenza di spazi di aggregazione pubblica nelle città. L’indebolimento della funzione pubblica mediante la cessione del potere decisionale al libero negoziato tra vari portatori di interessi differenti può premiare i più ricchi di risorse o coloro che godono di un miglior status sociale, penalizzando i più poveri e le persone in difficoltà. Le decisioni che contano potrebbero essere prese da gruppi sempre più ristretti. La necessità impellente è quella di rendere trasparente il processo decisionale, affinché nessuno possa pensare che tale processo si configuri come una copertura di decisioni che vengono prese altrove. Quindi, pur di evitare manipolazioni da parte dei gruppi più forti e ricchi, è stata evidenziata la necessità di far partecipare gruppi che abbiano maggiori difficoltà nell’organizzarsi collettivamente. I risultati di questi tentativi presentano diverse capacità di garantire l’empowerment (il trasferimento di poteri decisionali) dei cittadini dotati di meno risorse materiali e di potere politico (Della Porta 2011).

Molti autori hanno mosso delle obiezioni dell’ideale deliberativo che riportiamo di seguito:

  1. l’accusa di sectarianism e cioè un ideale legato alla cittadinanza attiva: la democrazia non può essere considerata attorno ad una visione di bene assoluto, in quanto lo stesso peso attribuito in maniera eguale all’opinione (e quindi all’espressione di voto) di ogni cittadino non implica il concetto di condotta di vita più appropriata;
  2. l’incoerenza: un autogoverno popolare, secondo Riker, è instabile ed incoerente poiché i vincoli istituzionali esterni e le regole con cui si svolge condizionano l’esito di qualsiasi singola volontà nella procedura aggregativa. La concezione deliberativa nega la possibilità di considerare le preferenze e le convinzioni d’interesse per le scelte collettive separatamente dalle istituzioni in cui esse sono stabilite ed espresse;
  3. l’accusa di ingiustizia: non si può considerare a priori la democrazia un ideale di base in quanto ciò metterebbe a rischio le libertà di base degli individui, che sarebbero soggetti ai giudizi delle maggioranze; così facendo viene ammessa la legittimità democratica anche di decisioni che limitano le libertà fondamentali. Le libertà sono la base della deliberazione, non solo uno degli argomenti trattati;
  4. la quarta obiezione, la più importante: Cohen criticava il fatto che le pratiche deliberative siano irrilevanti nelle condizioni politiche moderne, in quanto l’unico modo di istituzionalizzarle risultava quello di applicare una sorta di democrazia diretta con i cittadini che si riuniscono in assemblee legislative. Questa riflessione ha portato lo stesso Cohen a distinguere, in modo netto e definitivo, la democrazia deliberativa dalla democrazia diretta: vista l’impossibilità di avere una democrazia diretta, non c’è alcun motivo valido per sostenere che la democrazia deliberativa si possa istituzionalizzare mediante forme di democrazia diretta. Tra l’altro non ci sono ragioni per sostenere che in una democrazia diretta il metodo di risoluzione sia quello deliberativo.

Cohen sosteneva che come unica soluzione per rendere ufficiale e istituzionale la democrazia deliberativa servivano delle arene in cui i cittadini potevano avanzare proposte da inserire in un’agenda politica, partecipando ai dibattiti. Queste arene sarebbero un beneficio per tutti e la loro creazione dovrebbe essere sostenuta da denaro pubblico, in quanto quest’ultimo potrebbe rappresentare un segnale forte verso un nuovo indirizzo democratico: quello deliberativo per la risoluzione di questioni politiche tra individui eguali. L’unico problema da risolvere è l’organizzazione di queste arene, affinché esse possano funzionare realmente come uno strumento deliberativo (Floridia 2017).

Tra i critici figurava anche Sanders che, in Against Deliberation, asseriva come la democrazia deliberativa potesse favorire, almeno potenzialmente, le disuguaglianze:

“Quando chi delibera sceglie sempre di non considerare alcuni argomenti, quando questa mancanza di attenzione sistematicamente associata con gli argomenti elaborati da chi sappiamo essere sistematicamente svantaggiato, allora dobbiamo almeno riconsiderare i nostri assunti sul potenziale democratico della deliberazione. La deliberazione non richiede solo l’eguaglianza delle risorse e la garanzia di articolare argomenti in modo persuasivo, ma anche l’eguaglianza nell’autorità epistemologica, nella capacità di evocare il riconoscimento del proprio argomento” (Sanders in Della Porta 2011).

Si possono muovere altre critiche sulle dinamiche interne di una democrazia in una società istruita, mobilitata e partecipativa, cosa che potrebbe mettere in crisi le teorie deliberative. Gli studiosi coinvolti in questa ricerca furono Crozier, Huntington e Watanuki. Essi affermarono che negli anni settanta la crescita della partecipazione portò una crisi democratica negli Stati Uniti causandone la disintegrazione dell’ordine civile e comportando il crollo della disciplina sociale, un indebolimento dei leader politici fino all’alienazione dei cittadini alla cosa pubblica. I governi dei paesi in questione erano gli Stati Uniti e le democrazie europee, entrambi descritti come sottoposti ad uno stress eccessivo (causato della crescita della partecipazione vista come una sfida alle istituzioni) che rendeva vulnerabile i governi democratici, in quanto ogni sistema politico democratico per avere efficacia avrebbe dovuto presentare delle misure di apatia e disimpegno da parte della popolazione. Proprio i gruppi più colti potevano sembrare un grosso pericolo per la democrazia, essendo quelli che ponevano più domande all’establishment (Della Porta 2011).

Bobbio credeva fortemente che la partecipazione vedesse il rovescio della sua medaglia nell’apatia politica. L’impegno di pochi corrisponde spesso all’indifferenza di molti. All’attivismo dei capi storici corrisponde il conformismo delle masse. Pericle e gli antichi consideravano coloro che non partecipavano alla vita del cittadino come degli individui inutili; Rousseau pensava, invece, che nel momento in cui i cittadini iniziano a chiedersi se gli importi degli affari di Stato, si può stare certi che lo Stato è perduto. Sempre sull’apatia politica, Bobbio afferma che: è un segno della perfetta salute di un sistema democratico; basta interpretarla come una benevolente indifferenza. Ciò accade, perché la grande e prosperosa astensione non può che rendere indifferenti i partiti, anzi meno elettori ci saranno, meno pressioni essi riceveranno. I partiti fingono di essere preoccupati dall’astensionismo, ciò li lascerebbe liberi di svolgere le loro manovre quotidiane, sono preoccupati che le astensioni magari vadano a vantaggio del partito avverso, in parole povere che i propri elettori siano più astensionisti degli altri (Bobbio 1995).

Conclusioni

Le concezioni partecipative e deliberative sono state sperimentate in diversi contesti, come possibili arene capaci di costruire un ponte che colleghi le istituzioni con i cittadini. L’inclusività, la qualità dei dibattiti e i poteri decisionali devoluti a queste istituzioni emergenti cambiano molto nelle varie forme (giuria, assemblee, bilancio partecipativo) in cui si presentano. Ogni caso ed esperimento presenta vantaggi e svantaggi nonostante sembri difficile, però, far coesistere tutti gli elementi (Della Porta 2011).

 

 

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