Pratiche del Modello Deliberativo

Ci sono state migliaia di esperienze pratiche democratico-deliberative sia a livello locale che nazionale, tra le quali possiamo elencare: le giurie di cittadini ideate da Crosby, le consensus conferences e infine il sondaggio deliberativo ideato da Fishkin.Le giurie di cittadini sono state ideate da Crosby, i cui primi esperimenti risalgono agli anni settanta in Germania, negli Stati Uniti e di recente anche nel Regno Unito. Esse prevedono un gruppo di partecipanti che va dalle 15 alle 24 persone, che si riuniscono per una durata variabile. La giuria di cittadini richiede la definizione di un determinato «capo d’accusa», ovvero una questione controversa su cui i cittadini dovranno deliberare, dopo aver ascoltato una serie di «testimoni», fra i quali alcuni saranno portatori di ragioni favorevoli, altri contrari a una determinata opzione di policy, tutto svolto alla presenza di esperti. Le consensus conferences hanno avuto luogo soprattutto in Danimarca, Olanda e negli Stati Uniti. Università e centri governativi si sono mossi affinché esse potessero essere promosse su scala più larga. Sono previsti dei dialoghi tra esperti e cittadini comuni soprattutto su questioni legate allo sviluppo tecnologico. Il pubblico coinvolto si incontra in una serie di fine settimana preparatori nell’arco di tre mesi. La conferenza finale di solito ha durata di quattro giorni. Nel corso dei primi due giorni esperti e rappresentanti dei gruppi di interesse rispondono alle domande del gruppo di cittadini nel corso di sessioni plenarie. In questa fase il gruppo dei cittadini si riunisce a porte chiuse per preparare ulteriori domande o per chiarire aspetti controversi. Negli ultimi due giorni il gruppo prepara un documento che contiene le proprie raccomandazioni sulla questione sottoposta alla deliberazione. Il documento viene presentato agli esperti e alla presenza di un pubblico più ampio. Gli esperti possono ancora intervenire, facendo emergere dei correttivi, in modo che il gruppo possa essere libero di riformulare il documento che viene poi finalmente trasmesso alle autorità pubbliche (Pasquino 2007).

Questi esperimenti istituzionali sono pensati come un modo di dare voce e potere ai cittadini, sviluppando un governo «con il popolo», che di conseguenza avrà maggiore capacità di incidere sull’esercizio del potere e una migliore tutela dei diritti individuali. Emerge ora, grazie a Smith, un problema di accountability di questo tipo di istituzioni:

l’evidenza empirica suggerisce che il profondo scetticismo espresso dai cittadini circa la loro capacità di influenzare il processo decisionale è spesso giustificato […]. La divisione di potere prevalente tra autorità pubbliche e cittadini è lungi dall’essere sfidata” (Smith in Della Porta 2011).

I sondaggi deliberativi, le giurie di cittadini e le consensus conferences condividono il fatto che venga presa in considerazione una sezione trasversale della popolazione, che discuterà insieme per tre o quattro giorni su argomenti di interesse pubblico; i cittadini ascoltano più punti di vista degli esperti in grado di esaminare, e utilizzano varie fonti di informazione, infine l’equità e la regolarità di procedimenti viene garantita da un’organizzazione indipendente che svolge il ruolo di facilitatore (Smith in Della Porta 2011).

Queste tre pratiche si allontanano parecchio dalle esperienze partecipative tradizionali, i criteri di inclusività e di rappresentatività vengono utilizzati per la selezione degli attori partecipanti, che in tutti gli eventi vengono scelti in modo casuale per ottenere un nucleo rappresentativo della popolazione di riferimento. I promotori di questi eventi, altamente strutturati, sono stati spesso università e centri di ricerca, anche se non possiamo non considerare il costo finanziario per la loro organizzazione.

Nuovi modelli di partecipazione dei cittadini sono stati sviluppati in tutto il mondo:

  1. in Germania fin dagli anni settanta sono conosciuti i Planungszellen («cellule di pianificazione»);
  2. in Danimarca è stato inventato nel 1986 il Teknologiradet («consiglio tecnologico»), un’istituzione para-parlamentare che promuove la partecipazione attiva dei cittadini per studiare e conoscere le conseguenze sociali dello sviluppo delle nuove tecnologie; un esempio è rappresentato dallo studio condotto sugli OGM;
  3. in Francia dal 1995 sono presenti le Conférences des Citoyens per garantire un luogo al dibattito pubblico su questioni tecniche, etiche e sociali e anche alcune esperienze di bilancio partecipativo;
  4. l’Inghilterra ha utilizzato più forme di partecipazione. Tutte le autorità locali operano uno schema di suggerimenti o di reclami, intraprendendo indagini e sondaggi sul grado di soddisfazione per i servizi pubblici offerti; alcuni di questi strumenti sono i Focus Groups, altre forme di pianificazione sono poi le Community Planning, infine ci sono le Citizens Juries («giurie cittadine») che si occupano di intervistare dei campioni di cittadini rappresentativi su una gamma di problemi che potrebbe affliggere il territorio in questione;
  5. nelle Fiandre dal 2000 è presente l’Instituut Samenleving en Technologie («l’Istituto di Società e Tecnologia»), affinché i cittadini si mobilitassero sulla politica pubblica in materia di tecnologia;
  6. in Spagna, esperienze di partecipazione dei cittadini includono forum partecipativi del programma d’azione Agenda Locale 21, con cui cittadini selezionati casualmente vengono formati e consultati in modi innovativi e ci sono anche forum partecipati per la pianificazione strategica, giurie di cittadini come i Nucleos de Intervención Participativa o Consejos Ciudadanos, comitati di quartiere, bilanci partecipativi, referendum, piani integrati, piani settoriali strategici;
  7. in Italia, gli strumenti di pianificazione negoziata PRUSST (Programmi di Recupero Urbanistico e Sviluppo Sostenibile del Territorio) e i bilanci partecipativi sono alcuni esempi delle pratiche consensuali inclusive messe a disposizione dalla legislazione italiana per rendere la cittadinanza protagonista durante i processi decisionali delle pubbliche amministrazioni (Van Reybrouck 2015 e Della Porta 2011).

Questi non sono solo esempi, sono realtà. Ogni giorno l’elenco di progetti partecipativi aumenta sempre di più e anche le istituzioni pubbliche stanno sperimentando varie forme di coinvolgimento della cittadinanza nei processi decisionali. Le amministrazioni che hanno adottato tecniche deliberative hanno ottenuto delle scelte condivise e non conflittuali: è stata una lezione di apprendimento per tutti i cittadini, soprattutto perché la fase informativa è presente in tutti i metodi e in ogni fase della democrazia deliberativa. L’apprendimento cognitivo da parte dei partecipanti che seguono il processo è chiaro. La partecipazione equivale alla libertà se la partecipazione è vera, nel senso che se chi partecipa può lavorare ai progetti e ha la capacità di intervenire, può incidere nella decisione finale. Chi prendeva parte ad esperimenti simili ha dimostrato che all’inizio, in molti degli interventi, i partecipanti cominciavano a esprimersi in prima persona, portando avanti istanze personali, mentre al termine dello svolgimento di tali eventi essi cambiavano idea per concludere i loro incontri intervenendo prima con il «noi», e poi con un atteggiamento rivolto al bene collettivo. Queste nuove tecniche producono dei cambiamenti di preferenza evidenti.

Fra le città coinvolte: New York ha incluso per un paio di giorni i suoi abitanti nelle discussioni per la riassegnazione di Ground Zero; a Manchester il tema è stato la lotta contro la criminalità; in Cina, a Wenling, degli abitanti sorteggiati hanno potuto consigliare la direzione da prendere al partito e quali le opere infrastrutturali prioritarie. Nel 2013 un quartiere di Rotterdam, e la città di Genk, in Belgio, hanno deliberato con una grande quantità di abitanti sulle sfide socio-economiche del futuro. L’UE negli ultimi anni ha intrapreso grandi progetti sulla democrazia deliberativa con la creazione di giornate di consultazioni europee di cittadini. Il reclutamento del campione di cittadini avviene a volte per autoselezione: si presentano alla selezione dei partecipanti delle persone motivate che sanno di doversi impegnare (efficacia rafforzata). Un altro modo in cui i cittadini possono essere reclutati è per sorteggio: ottenendo una maggiore diversità, e determinando la crescita dei costi dell’esperimento si rende più difficile la composizione di un buon campione rappresentativo perché i candidati non volontari avranno meno conoscenze preliminari e saranno maggiormente disinteressati, rafforzando dall’altra parte la legittimità. Altre volte ancora si utilizza una forma intermedia: prima sorteggio, poi autoselezione o viceversa. Bisogna evitare quello che nell’aprile 2008 fece Kevin Rudd, primo ministro australiano, che riunì migliaia di persone per un incontro con la cittadinanza sull’Australia nell’anno 2020. Chiese ai migliori e ai più intelligenti del paese di partecipare. Nessuno avrebbe ricevuto un indennizzo per i costi di viaggio o di alloggio, fu quindi molto difficile spostarsi da una parte all’altra per i più poveri, in un paese delle dimensioni dell’Australia. In questo caso si sostituisce la democrazia con un’aristocrazia eletta, si sostituisce un progetto inclusivo con uno esclusivo, in quanto non tutti i gli individui potevano permettersi di pagare le spese previste per viaggio e alloggio. Episodi del genere sviliscono il senso della democrazia deliberativa (Van Reybrouck 2015).

Molto interessante è, infine, il caso della città brasiliana di Porto Alegre dove nel 1988 si sperimentò per la prima volta la pratica del bilancio partecipativo. Il governo cittadino avviò un progetto di decisioni pubbliche partecipate sul bilancio comunale con lo scopo di includere sempre più cittadini nella sfera pubblica, affinché essi potessero avanzare delle domande o delle richieste. Il bilancio partecipativo è frutto di un percorso di un anno, in cui i residenti si incontrano in varie assemblee di quartiere e infine decidono in che ambito debbano essere sfruttate le risorse pubbliche. Ogni anno tra marzo e giugno vengono scelte le priorità di spesa, quindi vengono eletti dei delegati al Consiglio del Bilancio Partecipativo, seguono poi delle riunioni assembleari tematiche. Tra luglio e agosto esperti e delegati presentano progetti concreti, che tra settembre e dicembre sono coordinati in una Proposta Generale di Bilancio e un Piano d’investimenti, vengono poi discussi, modificati e approvati in consiglio comunale. Quindi, la dimensione deliberativa dei forum partecipativi si attiva soltanto in un secondo momento. L’esperimento del bilancio partecipativo, consolidandosi, ha acquisito una struttura complessa, in cui due sono i principali obiettivi: eguaglianza sociale e l’empowerment dei cittadini. Livelli più elevati di quest’ultimo si possono riscontrare nelle forme assembleari. Il bilancio partecipativo di Porto Alegre arriva a gestire fino al 20% del bilancio annuale e circa un terzo delle richieste inviate dai cittadini vengono accolte. È fondamentale che i servizi e il benessere siano distribuiti equamente in tutti i quartieri della città. Durante, il processo vengono rispettati tutti i limiti del regolamento assembleare e si fa uso anche della democrazia diretta. Fra le regole seguite per migliorare gli eventi vi erano: turni equi nel prendere parola, elezione di delegati in base al numero dei partecipanti alle assemblee e ogni anno viene fissata un’agenda con le date delle principali assemblee e l’individuazione di una serie di passaggi fondamentali per il processo. Da notare anche che le classi popolari partecipano più delle altre fasce di popolazione a questa deliberazione, anche grazie al fatto che l’amministrazione assume gli attivisti dei movimenti di quartiere incentivandoli a organizzare le iniziative, convocando assemblee e visitando i quartieri che ancora non hanno preso parte attivamente al bilancio partecipativo; cercano, dunque, nuove persone e leader per uscire dall’indifferenza e cominciare a mobilitarsi. La componente didattica che viene espressa durante gli incontri dedicati all’apprendimento di regole e procedure, competenze sul bilancio, capacità di sviluppare la discussione e la mobilitazione per fini collettivi, è importantissima. A Porto Alegre partecipano migliaia di persone: si partì nel 1991 con tremila individui, nel 1995 si arrivò a 14.000, 31.300 nel 2002 ovvero quasi il 10% totale della popolazione. Ogni persona finisce col coinvolgere amici o familiari espandendo esponenzialmente il fenomeno. Tuttavia si è potuto notare in tali occasioni che, se da una parte l’amministrazione spingeva per stimolare la presenza delle fasce popolari più deboli, dall’altra un substrato di ricche associazioni iniziava ad aderire alle assemblee, soprattutto in quelle aperte a tutti.

Abers avanza dei dubbi riguardo il bilancio partecipativo, poiché i processi si svolgono sempre nei forum partecipativi, nonostante la deliberazione divenga sempre più comune nel corso del tempo grazie all’esperienza che i cittadini acquistano nello svolgimento delle discussioni pubbliche, imparando a sviluppare la capacità di argomentare e di ragionare (Abers in Della Porta 2011).

I tentativi di ampliare i dispositivi partecipativi messi a disposizione dalla democrazia, la loro trasparenza, la circolazione di informazioni, lo sforzo di ricreare legami sociali, la solidarietà fra i partecipanti sono dei valori da cui la democrazia rappresentativa deve prender spunto.

Ma chi ha interesse ad ampliare la partecipazione della cittadinanza? Amministratori, cittadini, lobbisti, esperti, professori, tutti attori che potrebbero voler ampliare la partecipazione, ma con ragioni che li muovono ad un simile sforzo, differenti. Essi possono essere motivati dal voler preservare e migliorare le istituzioni gestendo ordinatamente la partecipazione, oppure potrebbero farlo per dare opportunità alle «voci escluse» di sfidare le istituzioni esistenti, tenendo ben presente i rapporti di forza in gioco (Blaug in Della Porta 2011).

Sempre Abers muove una critica sul funzionamento delle arene deliberative nella realizzazione del bilancio partecipativo, puntualizzando che:

non c’era bisogno di convincere gli abitanti poveri di Porto Alegre che le misure igieniche di base, il controllo delle inondazioni, la pavimentazione delle strade, i trasporti pubblici, le scuole, la sanità erano importanti per le loro vite”, pertanto le persone “non erano coinvolte nel processo perché volevano deliberare, a perché volevano ottenere infrastrutture per i propri quartieri, migliorare le loro vite” e sul perché i cittadini sono spinti a mobilitare il loro vicinato aggiungeva “poiché più le persone vanno alle assemblee, più probabilmente esse saranno in grado di definire le scale di priorità tra i diversi obiettivi”. Quest’ultima è la componente che rende molto competitivo il bilancio partecipativo e spinge sempre più persone ad essere incluse in questo esperimento, poiché se non ci fosse un «ritorno» di risorse per affrontare i bisogni essenziali e gli interessi, la maggior parte dei partecipanti non sarebbe presente alle assemblee. Risulta chiaro che la partecipazione dei gruppi più poveri ed emarginati trasforma le motivazioni individuali, così come il profilo istituzionale della prova, e quindi, sempre Abers: “è attraverso lo stesso processo partecipativo che le persone cominciano a percepire i bisogni degli altri, a sviluppare una qualche solidarietà, e a concettualizzare i propri interessi in modo più ampio”.

Le Nazioni Unite hanno definito il bilancio partecipativo una delle quaranta «migliori pratiche» del mondo; modelli simili sono stati poi riproposti in varie città dell’America Latina e anche in Europa. I cittadini vogliono essere consapevoli di come vengano spese le risorse provenienti dalle casse pubbliche. Fallire nell’obiettivo di aumentare il coinvolgimento politico nel processo decisionale potrebbe rendere sempre più grave il deficit di «cittadinanza» o esortare la protesta (Della Porta 2011 e Abers in Della Porta 2011).

La principale pratica deliberativa è senza dubbio il sondaggio deliberativo.

L’idea risale a strumenti politici già usati nell’antica Atene, dove piccoli gruppi formati da centinaia di persone prendevano delle decisioni cruciali per il benessere della collettività.

Il Deliberative Polling® è un marchio registrato: Fishkin adottò questa soluzione pur di evitare che con lo stesso nome potessero essere sperimentati dei modelli di sondaggio deliberativo non rispettosi dei requisiti e della metodologia che egli aveva indicato. Con esso un cittadino può occasionalmente trasformarsi, assumendo la veste di cittadino attivo, si sforza di comprendere le questioni generali che toccano il proprio paese. Si scontra con l’apatia e la routine: è un processo con cui il sistema potrebbe attuare, davvero, le condizioni di deliberazione e uguaglianza politica. Un momento di alta politica realizzabile solo attraverso lo sforzo di partecipanti che dedicano tempo, energie e risorse per acquisire una maggiore e virtuosa competenza dei problemi che affliggono la comunità.

I suoi elementi caratteristici sono: la selezione di un campione casuale di cittadini, in genere da 100 a 200, per ottenere un microcosmo rappresentativo della popolazione di riferimento e una sistematica esposizione ad un’ampia copertura mediatica. I partecipanti al sondaggio deliberativo si riuniscono per un weekend per deliberare su una determinata policy issue, in merito alla quale hanno di solito ricevuto materiale informativo preliminare per esprimere una valutazione. Vi è quindi la somministrazione di un questionario ai cittadini che risponderanno in base alle loro competenze iniziali. Durante il processo hanno l’opportunità di rivolgere domande a esperti, leader politici e portavoce dei gruppi d’interesse di orientamento diverso; comincia, poi, una discussione su temi specifici. Il deliberative polling può durare giorni o settimane. Per evitare che qualche partecipante eloquente possa compromettere la decisione collettiva, il lavoro si suddivide per la maggior parte del tempo in sottogruppi più piccoli, attraverso facilitatori indipendenti, moderatori dei dibattiti, professionisti e una scaletta dell’evento ben definita. Tocca proprio ai facilitatori assicurarsi l’inclusività del processo, incoraggiando il rispetto reciproco e un comportamento eticamente corretto nel corso delle deliberazioni. I gruppi selezionati si immergono in intensi dibattiti face to face fino al termine della discussione, dove un nuovo questionario verifica se le preferenze iniziali si siano trasformate durante il processo e con quale grado di intensità siano cambiati i giudizi fra i diversi partecipanti. La deliberazione avviene in condizioni di isolamento dalle pressioni mediatiche e della comunicazione politica. I sondaggi deliberativi si differenziano dai sondaggi ordinari, difatti, i sondaggi ordinari rilevano il pensiero del pubblico, anche quando il pubblico è totalmente disinteressato e disinformato su una determinata issue policy; un sondaggio deliberativo misura ciò che il pubblico pensa quando gli si dà l’occasione di riflettere e i mutamenti di opinione, che si verificano in seguito al processo, indicano le conclusioni che si sarebbero raggiunte, se il pubblico avesse una migliore opportunità di considerare con più attenzione una tematica pubblica.

Nel 1988 James Fishkin, docente dell’università di Austin, in Texas, ha cominciato a focalizzare i propri studi sul deliberative polling. Così pubblicò un articolo nell’agosto di quell’anno sulla rivista americana The Atlantic Monthly. Il docente, nell’articolo, proponeva di riunire per due settimane 1500 cittadini provenienti da ogni parte degli Stati Uniti e con loro tutti i candidati alle elezioni presidenziali sia dalla parte dei democratici, sia dalla parte dei repubblicani. I primi avrebbero dovuto ascoltare i candidati, mentre quest’ultimi si occupavano di spiegare i loro progetti per poi discuterli insieme. Sarebbe stato possibile seguire le deliberazioni tramite televisione, affinché altri cittadini sfruttassero la possibilità di sviluppare le proprie idee, anche se distanti fisicamente. I partecipanti sarebbero stati sorteggiati e avrebbero ricevuto un indennizzo o un rimborso spese, pur di assicurare la massima eterogeneità dei gruppi. L’autore affermava che l’uguaglianza politica si potesse ottenere tramite un campione arbitrario; ogni cittadino doveva avere le stesse chances degli altri di essere scelto come partecipante. Fishkin a causa dello scoppio della Guerra del Golfo non riuscì ad essere pronto per le elezioni del 1992, in quanto i suoi finanziatori si ritirarono. Due settimane erano un periodo lunghissimo e 1500 cittadini erano troppi. Modificò la sua proposta al fine di renderla realizzabile e rappresentativa, riducendo a 600 il numero di partecipanti, l’esperimento si sarebbe dovuto svolgere in un fine settimana. Il primo sondaggio deliberativo si tenne in Gran Bretagna nel 1994, co-prodotto e trasmesso da una catena televisiva nazionale, la tematica della ricerca fu: «I crimini sono in aumento: cosa si può fare?». Nel 1996, l’anno in cui si affrontavano Bill Clinton e Bob Dole, dal 18 al 21 gennaio ad Austin, in Texas, si svolse il primo grande Deliberative Polling negli Stati Uniti, chiamato National Issues Convention. Fishkin fu in grado di raccogliere finanziamenti fino a 4 milioni di dollari e l’emittente pubblica Pbs (Public Broadcasting Service) dedicò più di quattro ore di trasmissione per riassumere l’iniziativa, affinché il pubblico potesse seguire i dibattitti tra cittadini sorteggiati e diversi candidati delle successive elezioni presidenziali. Piovvero critiche da decine di opinionisti e, ancor prima dell’inizio dell’evento, molti giornalisti americani ricevettero una copia della rivista Public Perspective, che lanciava moniti e segnali contro l’iniziativa, poiché far deliberare dei cittadini insieme poteva risultare pericoloso. Fishkin non si arrese e continuò a lavorare su questo modello, facendo compilare ai partecipanti vari questionari: prima, durante e dopo le discussioni per osservare i loro diversi punti di vista. Prima di cominciare i partecipanti ricevettero dei dossier con informazioni sui fatti ed ebbero la possibilità di discuterne con degli esperti, i quali rimasero sbalorditi dall’impegno che i cittadini avevano impiegato, così come dal loro rispetto reciproco e senso dell’umorismo, che permisero l’instaurazione di un’atmosfera molto serena e tollerante, soprattutto nei confronti di chi aveva idee divergenti. Le conclusioni riportarono risultati clamorosi tra il momento anteriore e quello posteriore alla deliberazione: si evidenziava che le competenze degli attori partecipanti erano aumentate ampiamente. Avevano imparato la conciliazione ed erano più consapevoli delle difficoltà da raggiungere per arrivare ad una decisione politica. Per la prima volta qualcuno aveva scientificamente provato che delle persone comuni, con dei mezzi adeguati, potevano diventare cittadini competenti. Nel 1997, Fishkin propose un nuovo deliberative polling in Gran Bretagna sulle elezioni e l’anno seguente un altro sulle linee strategiche future del nuovo National Health Service. Pensava che questo sistema potesse rafforzare la democrazia e che disponeva dei mezzi per far emergere una vera e propria voce pubblica da occasioni simili. Furono decine i sondaggi deliberativi effettuati con risultati sbalorditivi. Altri esperimenti furono condotti in Australia prima sulla monarchia e poi sul referendum del 2001 riguardante la riconciliazione con gli aborigeni. In Danimarca si studiò sul tema del referendum per l’adozione dell’euro. In Texas, lo Stato in cui insegna Fishkin, furono sorteggiati dei cittadini affinché deliberassero sull’energia pulita, un tema complicato e difficile da affrontare, specialmente in una regione che è produttrice di petrolio. Inizialmente le discussioni tra i partecipanti vedevano il 52% di persone disposte a pagare una quota maggiore per utilizzare nuove forme di energia pulita, come l’eolica o quella solare. La deliberazione finale attestava che la percentuale era arrivata all’84%. Questo sostegno ha fatto sì che, nel 2007, il Texas risultasse come lo stato americano con il più alto numero di turbine eoliche; fa riflettere che dieci anni prima era l’ultimo in classifica. Ci furono altri 38 sondaggi deliberativi svolti in tutti gli Stati Uniti sui temi delle politiche fiscali, infrastrutturali o dell’energia. Venne realizzato anche un primo deliberative polling in Europa, che ha visto coinvolta l’Università di Siena, in collaborazione con altre università europee, con il Center for Deliberative Opinion Research dell’Università del Texas e il Center for Deliberative Democracy della Stanford University, di cui l’autore è attualmente direttore riguardante il raggiungimento di opinioni più meditate sul futuro della UE. Iniziative simili furono riproposte in Cina nel 2005, perché si voleva testare la deliberazione in un contesto istituzionale autoritario. Su altre tematiche vennero aperte nuove discussioni in Giappone, Bulgaria, Brasile e anche in paesi profondamenti divisi come l’Irlanda del Nord dove, a deliberare sulla riforma dell’insegnamento, andarono genitori cattolici e protestanti insieme. In Italia si sono svolti due Deliberative Polling, in entrambi i casi con la presente collaborazione di Fishkin, il primo dei quali nel 2006 promosso dalla Regione Lazio e dalla rivista Reset, progetto dell’UE, sui temi della TAV e delle politiche sull’immigrazione (Van Reybrouck 2015, Floridia 2017 e Pasquino 2007).

Dalla fine del 2002, Fishkin ha effettuato i deliberative polling anche online con ottimi risultati, consentendo di partecipare anche a persone con disabilità fisiche o in condizioni sociali particolari. I dibattiti e la condivisione delle informazioni sono avvenuti tutti online, il costo del sondaggio, proprio per questo, si è ridotto rispetto agli incontri diretti, anche se alcuni dei partecipanti sono stati dotati di computer. Il campione rappresentativo è aumentato ancor di più, in quanto ogni abitante del pianeta può accedere con Internet alla rete. Il sondaggio deliberativo online sta diventando lo strumento nascente di una democrazia diffusa in grado di prendere decisioni, di essere informata, consapevole sui fatti, capace di influenzare e dirigere il governo nelle sue azioni quotidiane (Casaleggio 2015).

L’autore sosteneva fortemente la tesi che non poteva esserci uguaglianza politica senza deliberazione intravedendo il Deliberative Polling come una forma di rappresentanza; deliberare conduceva al potere, ma senza dare l’opportunità di pensare come questo potere doveva esser esercitato. In una democrazia deliberativa i cittadini non votano solo per dei politici, ma riescono a discutere con esperti e tra di loro. Le scelte collettive sono al centro di tutto e i partecipanti dopo aver tratto le informazioni che loro servivano, arrivano alle soluzioni in modo razionale per risolvere in modo pratico le sfide sociali del mondo che sarà. Più deliberazione e più partecipazione significa più democrazia. L’impianto democratico dei nostri paesi può esser modificato: più un’istituzione è democratica più i cittadini saranno felici di sentirsi parte di qualcosa, di incidere sul proprio futuro, più questo comporterà felicità.

Le arene deliberative hanno avuto origine da iniziative dal basso (bottom up) o dall’alto (top down)?

Molte iniziative sono partite dai movimenti sociali. Per esempio, il bilancio partecipativo del Comune di Porto Alegre è stato istituito da partiti di sinistra che trovavano radici profonde nelle associazioni della società civile. L’idea era quella di mobilitare i nullatenenti. In questo caso effetto e causa dell’ampia mobilitazione, che ha stimolato gruppi mai attivi sotto il punto di vista della partecipazione, diventano gli organi partecipativi rilevanti (Cohen e Rogers in Della Porta 2011).

In Europa, l’approccio al bilancio locale è stato promosso dalle organizzazioni del movimento per la giustizia globale, discusso nei social forum europei e sostenuto da quelli locali. Le istituzioni europee governate dai partiti di sinistra hanno iniziato negli anni 2000 a realizzare esperimenti simili a quello di Porto Alegre (Della Porta 2011).

In definitiva, la maggior parte degli esperimenti deliberativi è stata avanzata dall’alto (prospettiva top down). Un esempio sono i consigli di quartiere collegati con i piani urbanistici di varie città europee. Sono state promosse anche le giurie cittadine di Crosby e il Research Institute for Citizens Partecipation in Germania con l’appoggio delle autorità pubbliche. Le consensus conferences, in Danimarca, sono state promosse dai governi che discutevano di sviluppi scientifici e tecnologici. Processi top down sono stati osservati anche nella versione spagnola delle cellule di pianificazione e nelle commissioni istituite per la contrattazione con le opposizioni locali alle infrastrutture, sempre nel settore della pianificazione urbana. Gli esperimenti di democrazia deliberativa rientrano tra le trasformazioni della governance locale, come di quella sovranazionale dell’ultimo ventennio. In Francia, dove gli esperimenti deliberativi sono stati collocati nel quadro «politiche di prossimità», la legge del 1992 ha rafforzato il decentramento. Nel 1995 è stata creata una Commission Nationale du Débat Public (CNDP), la quale sottolinea l’importanza dei dibattiti pubblici. In Spagna gli esperimenti di partecipazione si sono tenuti all’interno di una svolta radicale che ha portato da uno Stato unitario centralizzato al semi-federalismo delle Comunità Autonome. In Italia le esperienze recenti sono state principalmente indirizzate verso la pianificazione urbanistica. In Svizzera le nuove forme di partecipazione si sono ispirate alla lunga tradizione partecipativa dei cittadini, diretta dalle istituzioni nei processi decisionali, mediante referendum e leggi di iniziativa popolare. In Germania (in particolare ex Germania Est, post caduta regime comunista) continuano ad esistere le cosiddette «tavole rotonde» che affrontano tematiche come la disoccupazione, l’integrazione dei migranti e riforme del welfare state (Della Porta 2011).

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