Critiche al Modello Deliberativo

Il consenso si può raggiungere attraverso il dialogo escludendo altri conflitti fondamentali, che comunque sono parte integrante dello sviluppo democratico. Mettere l’accento solo sul consenso escluderebbe però, le problematiche che vengono sollevate nelle arene pubbliche. Quindi se la deliberazione non dovesse portare al consenso (accade raramente), come bisogna affrontare i vari contrasti? Flyvbjerg tentò di affermare che il conflitto è ormai parte integrante della società civile, e in essa sono sempre presenti la sfiducia e la critica dell’azione delle autorità e delle istituzioni: tutti effetti del conflitto politico. Young sostiene, invece, che la selettività delle repubbliche le abbia rese conflittuali, in quanto alcuni gruppi non riescono ad essere ascoltati per ineguaglianze strutturali o pregiudizi sociali nonché per alcune opinioni inevitabilmente soppresse. Si delinea quindi un quadro distorto e ingiusto come risultato delle azioni politiche. Questo è il motivo per cui la sfera pubblica è campo di battaglie (Flyvbjerg e Young in Della Porta 2011).

Accettando il principio del pluralismo, la deliberazione non è scontata, pertanto accade a volte che non ci si arrivi. Alcuni teorici della deliberazione riconoscono il voto, soggetto al principio di maggioranza, come l’unica alternativa praticabile, quando in presenza di disaccordo è comunque necessario arrivare ad una decisione.

Chantal Mouffe muove invece, critiche pesanti alla concezione pluralistica:

Prendere il pluralismo sul serio richiede che abbandoniamo il sogno di un consenso razionale, che comporta l’illusione che sia possibile sfuggire alla nostra natura umana” (Mouffe in Della Porta 2011).

Potrebbe dunque l’ideale deliberativo soppiantare la concezione aggregativa della democrazia, considerato che a volte, si giunge al voto anche nella concezione deliberativa?

Bobbio spiega come la «democrazia rappresentativa» significhi che le deliberazioni collettive, cioè le scelte riguardanti l’intera collettività, vengano prese non direttamente da coloro che ne fanno parte, ma da rappresentanti eletti per questo scopo. La garanzia contro gli abusi di potere nella democrazia rappresentativa, si trova nel controllo reciproco fra i gruppi che rappresentano i diversi interessi in gioco, i quali si esprimono nei diversi movimenti politici che lottano per la conquista temporanea e pacifica del potere, oltre che un controllo dal basso, indiretto, di tutti i cittadini (Bobbio 1995).

Opporsi alla deliberazione collettiva appare irrazionale e il processo rappresentativo-elettorale va in direzione opposta a quello deliberativo. L’elettore non fornisce ragioni per giustificare il proprio diritto di voto: questa è la principale differenza; nella concezione deliberativa se non si dovesse giungere ad una preferenza definitivamente, l’espressione del voto sarà preceduta da una serie di spiegazioni e ragionamenti persuasivi per arrivare ad un consenso molto motivato.

“Ogni cittadino dovrebbe avere adeguate e uguali possibilità di individuare e rendere valida (nei tempi consentiti dalla necessità della decisione) la scelta sulla questione che meglio soddisfa gli interessi del cittadino” (Dahl in Floridia 2017).

Rousseau e Madison sostenevano che non era possibile, che le istituzioni democratiche portassero uno stampo deliberativo, sottolineando invece il pericolo della corruttibilità della deliberazione pubblica. I cittadini comuni potevano esser tratti in inganno dalla retorica, o essere vittime di intimidazioni o di atti di corruzione. La democrazia deliberativa richiede poi, anche una serie di requisiti procedurali volti a garantire condizioni di accesso alla deliberazione più ampie possibili: diventa soprattutto importante la presenza di istituzioni che garantiscano la correttezza del processo deliberativo. Ogni partecipante deve essere sicuro di possedere tecniche e conoscenze necessarie per difendere e motivare effettivamente le sue tesi persuasive. L’uguaglianza di capacità diventa una prerogativa centrale del tipo di uguaglianza auspicata dall’ideale deliberativo.

La maggior parte dei sostenitori contemporanei della deliberazione ritiene che il suo ambito possa essere esteso solo ad un’ampia gamma di questioni pubbliche di «secondo livello»: dall’aborto alla sanità pubblica (Guttman e Thompson in Pasquino 2007).

Fishkin, grazie ai Deliberative Polling ha segnato una svolta: oggi nessuno cerca di mettere in discussione il forte appoggio che la democrazia deliberativa potrebbe portare alla democrazia rappresentativa elettiva, permettendo ai cittadini di acquisire la comprensione di decisioni eseguite per il bene comune. La critica dell’autore va contro le istituzioni rappresentative convenzionali che hanno sacrificato l’eguaglianza, poiché oggi, sono solo le élite ad avere il diritto di deliberare. Le scelte di politica pubblica sono strumentalizzate da partiti e gruppi d’interesse che si consultano fra loro, senza badare al parere del popolo. Le masse hanno uguaglianza politica formale ma non deliberano su questioni nazionali di fondamentale importanza in uno stato, cosa che accade solo in momenti di grave crisi, mentre le élite, caratterizzate dalla diseguaglianza, riescono ad attuare una politica deliberativa. Il referendum abrogativo è l’unico modo che hanno i cittadini di incidere su qualcosa in Italia, fa pensare ancor di più: approvato soltanto se almeno il 50% +1 degli aventi diritto al voto partecipa al referendum e solo nel caso in cui venga raggiunta la maggioranza dei voti espressi, l’abrogazione viene validamente approvata. L’Italia, i paesi occidentali e gli Stati Uniti si presentano alle nuove sfide moderne profondamente divisi: c’è chi pensa che la sovranità e la competitività possa esser garantita accentrando sempre di più il potere – facendo in modo che le decisioni debbano essere prese da sempre meno persone – e c’è chi pensa che queste nazioni possano diventare sempre più competitive, nel caso in cui verranno coinvolti più cittadini garantendo il volere espresso. Tutti si occuperebbero di una cosa che rientra nei propri interessi e che potrebbe arrecar loro un beneficio diretto; il peso della conoscenza è economicamente più importante del possesso dei beni materiali. I cittadini hanno il dovere di interessarsi alla cosa pubblica e non dovrebbero essere ostacolati da pochi uomini che cercano di tenere il potere lontano da loro, soprattutto se questi ultimi rappresentano i primi nelle istituzioni. Il proposito di Fishkin è che i cittadini debbano avere maggior spazio e poter deliberare non solo quando si tratta di «politica costituzionale», ma anche quando si tratti di momenti di «politica normale».

Nella pratica e nella riflessione sui processi decisionali inclusivi si cerca spesso di riflettere sull’uso di tecniche anche molto elaborate e non sulla consistenza degli effetti che ne potrebbero derivare (Citroni 2012).

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