Il Modello Deliberativo designato dai suoi Proponenti

Fischer era convinto che la deliberazione oltre ad essere di fondamentale importanza per la democrazia stessa dovrebbe contribuire a legittimare lo sviluppo e implementare ancor di più l’efficacia delle politiche pubbliche attraverso la partecipazione dei cittadini nei processi di policy (Fischer in Della Porta 2011).

Furono Jürgen Habermas e John Rawls i primi pensatori a recuperare il tema della deliberazione, credendo che una maggiore partecipazione dei cittadini nel dibattito sull’organizzazione futura della società potesse essere importante. Questi incontri si potevano svolgere in modo razionale, legittimando ancor di più la democrazia.

Deliberare significa decidere dopo un’opportuna discussione confrontando i pro e i contro delle possibili soluzioni ad un problema: andare alla ricerca, trovare e sostenere le ragioni a favore di una scelta pratica, criticare tutto ciò che non sembra convincente, accettare argomenti persuasivi contestando e rifiutando tutto ciò che non appare esserlo. La consapevolezza della deliberazione ci permette di avere un giudizio ponderato su ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo, ma non su ciò che è vero o falso. La deliberazione consente, tramite uno scambio di ragioni e argomenti, ai partecipanti di convincersi a vicenda arrivando a decisioni condivise. Essa deve escludere il potere derivante dalla coercizione e tutti devono avere lo stesso peso, al di là dello status sociale differente rappresentato dai vari partecipanti. La concezione deliberativa si oppone alle gerarchie sottolineando il valore della partecipazione di base. La deliberazione può essere individuale oppure pubblica; proprio quest’ultima ci consente di mettere in crisi le nostre opinioni e i nostri giudizi, in seguito ad un processo dialogico e comunicativo che le trasformerà grazie all’ascolto, alla critica e alla consapevolezza di come le ragioni degli altri partecipanti siano state spiegate. Una deliberazione pubblica è anche democratica se viene configurata come un processo inclusivo di formazione delle idee, delle opinioni e della volontà dei cittadini purché siano liberi ed eguali. Una deliberazione è democratica se riesce a includere nel proprio processo tutti coloro che hanno qualcosa da affermare e il diritto stesso di affermarlo (Floridia 2017 e Della Porta 2011).

Cohen definisce la democrazia deliberativa come “un’associazione i cui affari sono regolati dalla pubblica deliberazione dei suoi membri” e ne fissa anche alcuni principi:

  1. permanenza e indipendenza;
  2. l’impegno condiviso e consapevole, che consta di un pre-commitment, ad assumere la deliberazione come radice della legittimità delle scelte collettive;
  3. l’adesione al pluralismo e dunque la mancanza di obblighi e vincoli che predeterminano l’esito della deliberazione;
  4. la pubblicità e l’ampia copertura mediatica necessaria per il buon svolgimento del processo;
  5. riconoscimento reciproco delle qualità e competenze deliberative di ciascuno dei partecipanti (Cohen in Pasquino 2007 e Floridia 2017).

Essa rispetta il principio di inclusione/partecipazione e i principi di giustizia quali la libertà, l’eguaglianza, l’equità e la trasparenza. I cittadini condividono un impegno comune a fronte della soluzione dei problemi di scelta collettiva, mediante un processo comunicativo, grazie al quale la ragione vince su tutto e i partecipanti sono convinti dalla forza dell’argomento migliore. Anche gli argomenti scartati vengono presi in considerazione davanti a tutti i partecipanti e il consenso rende le deliberazioni convincenti trasformando le preferenze individuali e portando a decisioni orientate al bene pubblico; questo fa sì che la maggioranza non sia l’unica forza legittima e che la minoranza abbia un’importanza superiore a quella che ha di solito nella concezione democratica aggregativa.

A proposito Bernard Manin, nella sua opera «On Legitimacy and Political Deliberation», scriveva: “Devono essere create delle istituzioni che costringano la maggioranza a tener conto del punto di vista della minoranza, almeno in una certa misura. È questa l’essenziale giustificazione del pluralismo sociale, delle associazioni e dei gruppi di interesse. Il loro potere deve costringere la maggioranza a tener conto nella propria azione dell’interesse di coloro che essa non rappresenta. Queste contro-forze, questi pesi e contrappesi sono necessari proprio perché il volere della maggioranza non è il volere di tutti” (Manin in Floridia 2017).

Sempre sul tema, Dahl rispondeva fissando un principio generale:

Un paese democratico avanzato cercherà attivamente di ridurre le grandi diseguaglianze causate soprattutto dalla distribuzione delle risorse, opportunità e condizioni economiche, e dalla distribuzione della cultura, dell’informazione e delle capacità cognitive” (Dahl in Floridia 2017).

Una deliberazione è ideale se il processo deliberativo genera decisioni collettive orientate al bene comune e, proprio per questo, vengono stabilite condizioni di libero ragionamento pubblico tra eguali, sottoposti a quella decisione, spinti dal desiderio di comprendersi reciprocamente. I partecipanti sono liberi da vincoli preliminari e, dunque, le decisioni prese sono frutto della deliberazione. Per quest’ultima non ci sono prerequisiti di accesso ma viene richiesto solo un pre-commitment, un accordo preventivo con il quale si impegnano ad interagire con determinate proposte fornendo argomenti a favore o contro. Questi ultimi sono invogliati perché tramite esso aumentano il loro grado di competenza o di comprensione di ciò che gli sta intorno, promuovono la legittimità delle scelte politiche, favorendo anche l’accettazione di decisioni sgradite in presenza di conflitti ineliminabili, perché la decisione collettiva è strutturata in termini di considerazioni che possono essere accettate da tutti come uno scambio di ragioni.

Diversi autori mettono in discussione il ruolo di queste ultime nel promuovere decisioni migliori, poiché qualcuno, attraverso il pathos nel racconto delle proprie storie, potrebbe influenzare il voto. Diverse sfere pubbliche prevedono diverse grammatiche. Il coinvolgimento personale durante il processo può modificare atteggiamenti, prospettive e priorità di valori. Un pensiero comune deve andare oltre i limiti individuali e le preferenze non vanno aggregate, ma trasformate durante il dibattito come risultato di quest’ultimo. Ma la ragione non basta e anche la protesta è necessaria per la deliberazione: le manifestazioni in piazza, i sit-in, la musica «impegnata». I cittadini, nonostante provengano da ambiti differenti, devono avere la volontà e la capacità di prendere decisioni importanti e di farlo per il bene comune (Della Porta 2011).

La legittimità, a questo punto, diventa un tema fondamentale: Manin pensa che una decisione sia legittima solo se è risultato della deliberazione collettiva, in seguito ad un processo che ha formato le volontà di ciascuno permettendone il conferimento della validità stessa (Manin in Della Porta 2011).

Il ragionamento di Manin implica il riconoscimento del pluralismo, il quale dovrebbe dimostrare come si possa pervenire a un accordo unanime e come deve essere affermata alla fine la necessità di giustificare le scelte prese dai cittadini o dai loro rappresentanti; nessun partecipante, dunque, mediante il proprio potere, può influenzare le decisioni: l’arena deliberativa deve rimanere incontaminata da pressioni strategiche o strumentali; i cittadini coinvolti entrano a far parte dell’esperimento da liberi ed eguali, vengono neutralizzate le condizioni di diseguaglianze, nessuno può far leva sul proprio status sociale durante gli esperimenti e non esiste la distribuzione di risorse e di potere. Il dibattito si chiude con una deliberazione pubblica libera, che implica la presentazione di argomenti a valori di imparzialità e razionalità, offerti dai e ai partecipanti, di gran lunga diverso dal voto o dalla contrattazione. Governa la forza del miglior argomento. La procedura deliberativa offre un modello ideale in cui le istituzioni potrebbero rispecchiarsi, mettendo al centro dibattiti politici sul bene comune, che rendono la cittadinanza attiva e la deliberazione una pratica attuabile ad ogni livello di governo, offrendo la possibilità di formare la volontà collettiva, sottolineando l’uguaglianza, la libertà e l’autonomia di tutti gli individui (Floridia 2017).

Da sottolineare anche la capacità dei cittadini di apportare al processo decisionale una grande quantità di informazioni, un grande senso del bene comune, in particolar modo quando ad intervenire sono i facilitatori (Fung e Smith in Della Porta 2011).

Dryzek asserisce che la deliberazione porta ad un tipo di comunicazione «spassionato, ragionevole, logico» che rafforza il consenso: pur non abbandonando la mia prospettiva, posso imparare anche dagli altri. Dobbiamo anche sottolineare gli effetti di moralizzazione di una discussione pubblica, in quanto il processo non si ferma solo all’espressione delle opinioni da parte dei partecipanti, ma porta loro alla formazione di quelle opinioni attraverso i dibattiti pubblici. Il consenso è chiaro in presenza di valori condivisi: tutti i partecipanti devono tenere a mente che si sta costruendo qualcosa per il bene pubblico (Della Porta 2011).

La concezione deliberativa vuole che tutti possano accedere a dei mezzi concreti per trasformare una società ideale in una società reale. Il fondamento della legittimità democratica deliberativa è un lungo processo conoscitivo e informativo che porta a determinare la volontà dei partecipanti al processo della deliberazione. La democrazia mediante la decisione pubblica, può generare decisioni: per farlo bisogna sfruttare ogni singola forza, conoscenza e informazione immessa nel processo dal potenziale sociale, affinché possa aumentare anche l’efficienza delle scelte. La deliberazione dovrebbe migliorare, in definitiva, l’informazione dei cittadini e la capacità del loro processo decisionale (Floridia 2017 e Della Porta 2011).

Barber era convinto del fatto che “al cuore di una democrazia forte c’è il discorso”, che è fatto di ascolto, così come di parola (Barber in Della Porta 2011).

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