The Greatest

Ad un anno ed un giorno dalla sua scomparsa, voglio raccontarvi qualcosa sulla Storia del più grande, The Greatest: Muhammad Ali.

Il 5 settembre 1960 sul ring di Roma un pugile di non ancora 19 anni, nato il 7 gennaio 1942, cominciò a percorrere la strada del mito.

Ali salì sul quadrato da sconosciuto e ne scese con l’oro olimpico dei pesi mediomassimi.
Una volta vinta la medaglia d’oro, non se la tolse più di dosso, mai! Andava anche a letto col suo “amuleto” al collo!
Fino a quando una cameriera si rifiutò di servirlo al ristorante perché “nero”, Ali decise di lanciare per protesta l’alloro olimpico nel fiume Ohio; Muhammad cominciò a dar spettacolo dentro e fuori dal ring.
Ali inanellò vittorie, una dopo l’altra, non si fermò mai ed arrivò a sfidare il campione del mondo Sonny Liston.

Quando tutti lo davano per spacciato, lui non vinse, stravinse!

Ali annunciò di credere in Allah, anche lui era musulmano. Odiava il suo nome di battesimo, Cassius Clay, lo riteneva un nome da schiavo, un nome che non aveva scelto. Elijah Muhammad, guida spirituale dei Black Muslims, gli diede il nome di Muhammad Alì, che significa “Degno di Lode” un nome di libertà che fu usato poi per identificarlo nella vita, sul ring, nella storia.

La sua popolarità andò crescendo fino a toccare l’apice con la RENITENZA alla leva e il rifiuto della guerra del 1967.
Spiegò, così, la sua scelta ai microfoni: “Chiedetemelo pure insistentemente, la guerra in Vietnam è un problema urgente, ma io contro i vietcong non ho proprio niente!”.
Alì era un pacifista, le sue dichiarazioni contro la guerra nocquero molto ai politici e ai vertici militari. L’opinione pubblica si divise e i vertici cominciarono ad odiarlo, ma la sua filosofia allo stesso tempo fece proseliti.
Lui continuò, imperterrito, i suoi messaggi di pace verso il Vietnam e di guerra contro il razzismo:
“I problemi li abbiamo qui, dove sono nato, siamo trattati come cani, e privati dei più banali diritti umani. Nessun vietcong mi dice che non posso entrare in un autobus per il colore della mia pelle, nessun vietcong mi ha mai chiamato NEGRO”.
Le conseguenze delle sue dichiarazioni gli costarono una condanna a 5 anni di carcere e 10.000 dollari di multa.

La Federazione Pugilistica lo dichiarò decaduto e varò un torneo per trovare il nuovo campione del mondo.

Era il 1967 Muhammad Ali sportivamente finito, ma, nonostante questo, nessuna prigione aprì le sue celle per lui.

L’attesa estenuante dei verdetti dei ricorsi si risolse nel 1970. Ali vinse la sua più grande battaglia e la Corte Suprema degli Stati Uniti decise con verdetto unanime.

L’arruolamento negli USA, da quel momento in poi, poteva essere rifiutato per motivi religiosi.
Tornò sul ring dopo 3 anni, 7 mesi e 4 giorni contro Jerry Quarry vincendo. Perse i migliori anni della sua vita di atleta, borse milionarie ma diventò un simbolo.
Celebre divenne anche il suo motto “Vola come una farfalla, pungi come un’ape” aveva un modo tutto suo di stare sul ring: sapeva boxare danzando. I suoi pugni non erano fortissimi, ma a far la differenza era la velocità con cui li scagliava:

“Tutti quelli che hanno sbattuto le palpebre in quel momento hanno perso il pugno con cui li ho messi giù” dichiarava.
E poi:
Alì vs Liston;
Alì vs Frazier;
Alì vs Foreman.

L’unico pugile ad aver vinto, perso e ripreso il titolo dei massimi.
Nel 1984 gli fu definitivamente diagnosticato il morbo di Parkinson.
Ali un anno fa ha perso una battaglia, ma ha vinto la sua guerra in questa vita.
Perché un eroe come lui non sapeva colpire solo coi pugni sul ring, ma lo faceva anche e soprattutto fuori dal quadrato con parole pesanti come macigni, che davano solo prova e dimostrazione di quanto Ali fosse se stesso in ogni attimo della sua vita GLORIOSA!

Per me sei stato un IDOLO tanto da essere il personaggio centrale della mia Tesina per gli Esami di “Maturità”.

Grazie Muhammad Ali,
Riposa in Pace.

P. S. Ali Bumaye!

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